Home | Chi siamo | Cosa facciamo | Perché siamo nate | Spiritualità | La nostra storia | Libreria | Fondatore | Famiglia Paolina | Preghiere | Archivio | Links | Scrivici | Area Riservata | Webmail | Mappa del sito

 

SECONDA LETTERA AI CORINZI
(10)

 

Concludiamo la lettura di questa patetica e burrascosa lettera di Paolo, come la qualifica qualche commentatore. Anche negli ultimi capitoli (cc. 12-13) ci sono luci e ombre, sprazzi di sereno e nuvole… Il cielo di Corinto non è ancora del tutto sereno e Paolo intende riportare la comunità a una vita più serena e tranquilla, usando anche maniere decise, se necessario, dopo lettere e visite sue e dei suoi discepoli più fidati come Timoteo e soprattutto Tito. Notiamo sempre qualche espressione di affetto per questi suoi figli, molti dei quali si erano allontanati dal loro padre, avendo perso la fiducia in lui, sulla parola e per le insinuazioni di maestri i quali: a) non avevano dato loro alcun segno di benevolenza; b) non avevano faticato come Paolo per portare loro il vangelo e formare la loro comunità; c) non si erano sacrificati in nulla per loro e anzi si erano fatti mantenere. Nonostante le buone notizie portate da Tito (7,6-7), rimaneva ancora qualche gruppetto che preoccupava Paolo nel senso che – più che contestarlo – alcuni erano di fatto ricaduti in modi di vivere fuori del comportamento morale cristiano. Vediamo allora questi due ultimi capitoli della nostra lettera. Un primo brano (12,1-13) possiamo intitolarlo col v. 12,10: “Quando sono debole allora sono forte”; per il secondo brano (12,14-13,10), possiamo prendere spunto dal v. 13,5: “Esaminate voi stessi se siete nella fede, mettetevi alla prova”. La conclusione di tipo liturgico (13,11-13) chiude questa preziosa Seconda Lettera ai Corinzi.

1) 12,1-13: “Quando sono debole allora sono forte”

Paolo è sempre sconcertante, fino alla fine! La vita e l’esperienza di apostolo missionario gli hanno procurato le più varie esperienze. Se le fondazioni delle diverse comunità gli sono costate tanto – come abbiamo letto nel c. 11 – si deve dire anche che il fatto stesso di dare vita a comunità di credenti in Gesù Cristo, in mezzo a un mondo pagano e senza remore di fronte a tanti vizi, era in sé non solo un successo, ma anche fonte di gioia di

ringraziamento a Dio; per questo Paolo era pieno di “gioia pur in mezzo a ogni tribolazione”, come abbiamo letto più sopra (7,4). Oltre all’evidenza della grazia di Dio che operava in lui, per cui egli non si vanta dei successi apostolici come se fossero suoi, la certezza della presenza di Dio nella sua vita di apostolo, gli infondeva tanta sicurezza e tranquillità in fondo all’anima, per quanto in superficie fosse “crocifisso” con Cristo (Gal 2,19). E il Signore Gesù, oltre alla grazia di un apostolato fecondo, lo ha confortato e sostenuto, già verso gli inizi della missione in modo inatteso, con esperienze che possiamo chiamare “mistiche”, cioè con esperienze della realtà soprannaturale, del mondo di Dio, che abitualmente sono solo oggetto di fede (e di speranza), non di percezione umana. Paolo afferma di avere avuto da Dio anche esperienze di questo genere (12,1-5). Indubbiamente l’esperienza mistica fondamentale è stata l’incontro con Cristo che gli si è rivelato e lo ha fatto suo apostolo sulla via di Damasco; a questa esperienza si richiamerà Paolo per rivendicare la sua chiamata e la sua autorità di apostolo come gli altri: “Non sono io apostolo? Non ho veduto Gesù nostro Signore?” (1Cor 9,1; cfr. anche 15,8- 11). In questa 2Cor, però, Paolo richiama altre visioni e rivelazioni che riguardano il termine, il punto d’arrivo della vita cristiana di fede, speranza e carità, “ciò che Dio ha preparato a coloro che lo amano”, come diceva nella 1Cor 2,9. Paolo rivendica dunque anche il fatto di essere stato favorito di esperienze mistiche. Ma, se anche per queste c’è poco da vantarsi, anche così il Signore ha confermato la chiamata e la missione di Paolo. Egli qui parla di sé in terza persona e con termini generici.
La notazione 14 anni fa, rispetto al tempo in cui Paolo scrive questa lettera (nel 57) ci porta verso il 43-44, prima dei grandi viaggi missionari, forse nel tempo del suo ministero ad Antiochia (cfr. Atti 11,25-26). Il terzo cielo, secondo un’idea giudaica dell’universo di quel tempo, era il cielo in cui risiedevano Dio, gli angeli e i beati, mentre il primo cielo era quello dell’atmosfera e il secondo quello degli astri e delle stelle. Altre immaginazioni dell’universo parlavano di sette cieli… Il pungiglione di Satana che tormentava Paolo era, probabilmente, un disturbo fisico di carattere cronico che in determinate condizioni personali o ambientali lo indeboliva e lo bloccava per qualche tempo. Altri pensano a un “dolore apostolico” come, per esempio, il sistematico fallimento che sperimentava nelle sinagoghe ebraiche dove si recava per annunciare ai suoi fratelli di stirpe ebraica Gesù Cristo e il suo vangelo. Comunque sia, si tratta di qualcosa che ostacolava la sua azione apostolica, per cui dice di aver pregato tre volte per esserne liberato; “tre volte” significa insistentemente. Ma poi accoglie la volontà di Dio (v. 9) che gliene dà la ragione: nella debolezza e insufficienza dell’apostolo si manifesta la potenza divina, così che diventa quasi tangibile che è lui, Dio, che opera la conversione dei cuori, nonostante l’insignificanza, l’inadeguatezza e l’insufficienza dei mezzi utilizzati, dei quali tuttavia vuole avere bisogno (12,6-10). Come dicevamo nello studio del mese scorso, siamo di fronte alla teologia dell’incarnazione e alla teologia della croce che Paolo ha intuito ed espresso chiaramente (soprattutto in 1Cor 1-4). Per questo, sembra dirci Paolo, non si deve mai dare troppa importanza ai mezzi come condizione decisiva di apostolato. Il nostro Beato G. Alberione, vero discepolo di Paolo anche qui, non avrebbe fatto nulla di ciò che gli ispirava il Signore se avesse atteso di avere i mezzi per realizzarlo. Ora Paolo conclude (12,11-13) il suo “discorso sulla follia” di chi si vanta per i successi apostolici, iniziato col c. 11. Egli ha esposto quanto il Signore gli ha concesso di realizzare, e che è sotto gli occhi di tutti, affinché i suoi corinzi lo tengano presente, facciano i confronti e si rendano conto che i suoi denigratori si vantano solo dei loro discorsi, delle loro parole, che non si sa quanto siano conformi alla dottrina dei veri Apostoli, mentre Paolo ha avuto la conferma della sua missione e del suo insegnamento dalle “colonne della Chiesa” di Gerusalemme, Pietro, Giacomo e Giovanni (cfr. Atti 15,22-29 e Gal 2,2-9). Oltre a ciò, i corinzi hanno potuto vedere in Paolo anche i segni dell’apostolo caro a Dio. E qui accenna, senza specificare, a dei prodigi che i suoi destinatari del resto potevano confermare. Quasi per alleggerire l’atmosfera egli chiude con una battuta scherzosa, chiedendo scusa per il torto fatto ai suoi corinzi: quello di non essersi fatto mantenere da loro.

2) 12,14-13,10: “Esaminate voi stessi se siete nella fede, mettetevi alla prova”

Ora Paolo annuncia una sua prossima visita a Corinto (vv. 12,14-15); è questa la terza volta che egli sarà tra loro, dopo il primo lungo soggiorno a Corinto di un anno e mezzo (cfr. At 18,11), al tempo della fondazione della comunità, e dopo la seconda visita, brevissima e quanto mai dolorosa, a cui egli accenna agli inizi di questa lettera (2,1), quando si era recato a Corinto per vedere di chiarire la situazione che rischiava di disgregare e distruggere la comunità. Fu una visita in cui non riuscì a risolvere nulla e che lo fece tornare a Efeso – dove si stava formando un’altra promettente comunità – tutto addolorato, in uno stato d’animo che provocò la cosiddetta “lettera delle molte lacrime” (2,4). E mandò anche Tito con la lettera! Ora Paolo si attende che la prossima visita si svolga nella serenità e nella comprensione reciproca, come tra padre e figli. Egli sa che la comunità ha ormai sostanzialmente chiarito la situazione in cui si era cacciata, dando retta a predicatori estranei i quali sostenevano che Paolo non era un vero apostolo! E Paolo non ha usato mezzi termini per smascherarli e mostrare che erano loro di fatto i falsi apostoli, anche se si presentavano come dei “superapostoli”! Ma qualche avversario di Paolo c’era ancora, e insinuava che egli coprisse degli interessi con dei sotterfugi. Forse qualcuno diceva: sì è vero che egli non tocca un soldo, ma altri attorno a lui… anche con la scusa della colletta, maneggiano discrete quantità di denaro. Paolo che si permette qualche battuta scherzosa, su questo argomento non scherza; invita e quasi provoca i corinzi a indagare, a controllare come hanno agito i suoi collaboratori (Tito e gli altri); vedano se c’è stata una qualche differenza tra il suo comportamento e quello dei suoi collaboratori (12,16-18)! Paolo afferma che sta parlando di fronte alla sua coscienza e di fronte a Dio più che di fronte ai fedeli (v. 19). Ad essi apre il suo cuore come un padre che cerca di migliorare i suoi figli. Verso la fine del capitolo (12,20-21) Paolo è ancora in apprensione per alcuni cristiani di Corinto che, se non hanno abbandonato la comunità, hanno però ripreso a vivere come prima della conversione! In questi vv. infatti Paolo più che di divisioni e contrasti, parla di abitudini viziose: la natura umana aveva preso il sopravvento in alcuni per cui nella comunità si manifestavano ancora invidie, malignità, maldicenze e anche dissolutezze in campo sessuale… Forse alcuni male interpretavano la libertà che Cristo ci ha portato, come lamentava Paolo già nella 1Cor 6,12-13.
Paolo tornerà dunque una terza volta a Corinto (13,1) deciso, questa volta, a far chiarezza, intervenendo nei confronti di quei tali che non vivono come veri cristiani. Forse Paolo pensa anche all’esclusione temporanea dalla comunità – come era avvenuto nel caso dell’incestuoso (1Cor 5,1ss.) – in vista di un rientro. Paolo sa sempre pazientare, come un padre con i figli, fino a sembrare debole, ma sente anche di dover intervenire con decisione affinché le cose siano chiare nella comunità. La pazienza in vista di un recupero non va confusa con una pazienza che lascia correre senza che risulti chiaro ciò che comporta l’essere e il vivere del cristiano. Paolo si richiama alla “debolezza” di Cristo in croce e alla potenza di Cristo risorto, ricordando che, egli come apostolo, non partecipa solo della debolezza del Crocifisso, ma anche della fortezza del Risorto (13,1-4). Egli invita quindi la comunità a un serio esame di coscienza. A lui importa che i corinzi siano cristiani convinti ed esemplari, non perché egli possa vantarsi di questa sua comunità, ma perché essi siano graditi a Dio, per il loro bene, anche se lui, per assurdo, fosse giudicato negativamente da Dio. Il potere che Dio gli ha dato è per la verità e per l’edificazione della comunità, ed è felice quando non ha bisogno di esercitarlo così da sembrarne sprovvisto, perché il suoi figli sono forti nella fede e coerenti nella loro condotta cristiana (13,5-10). Possiamo notare come Paolo usi volentieri l’immagine edificare-edificazione per caratterizzare il suo lavoro apostolico. In questa parte della lettera l’idea ritorna tre volte (10,8; 12,19; 13,10) e varie volte nelle altre sue lettere. Per lui, tutto nella chiesa dovrebbe essere orientato alla sua edificazione, valorizzando i doni con cui lo Spirito arricchisce i credenti (1Cor cc. 12-14). Il termine edificazione contiene l’idea del lavoro faticoso e lungo e quella del lavoro solido, consistente, destinato a durare. Così Paolo lavora e si consuma per edificare la chiesa. La conclusione di questa lettera straordinaria (13,11-13) appare fin troppo serena e ottimista. Ha l’andatura di un congedo liturgico, segno che la lettura veniva fatta nelle assemblee che si riunivano per l’eucaristia o per la catechesi e l’istruzione. Paolo raccomanda la gioia, la pace, la fraternità che porteranno alla perfezione la vita cristiana, e affida la chiesa di Corinto alla Trinità da cui essa deriva come dalla sua sorgente: nella chiesa si rivela la grazia che è salvezza e vita nuova, dono di Gesù il Signore crocifisso e risorto; si rivela l’amore del Padre che ha progettato la salvezza donando il Figlio all’umanità; si rivela lo Spirito Santo che crea l’unità dei credenti col Padre e col Figlio e la loro unità nella carità fraterna. La Chiesa sarà sempre più se stessa quanto più si ritrova unita nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) La sicurezza della vocazione e della missione ricevuta ha sorretto Paolo in tutta la sua vita. La mia vocazione è sempre presente alla mia vita? La sorregge in ogni circostanza?

2) D. Alberione nel “Patto” ci ricorda che, per quante doti abbiamo, siamo sempre “ignoranti, incapaci, insufficienti in tutto” di fronte alla missione che Cristo ci ha affidato. Lo ricordo nei momenti di successo come in quelli di fallimento?

3) Dopo la “lettura a pezzi” di questa lettera, provo a rileggerla di seguito, con un po’ di tempo a disposizione, segnando e anche trascrivendo qualche frase che più mi ha colpito, ma soprattutto fermandomi sull’idea o sensazione globale che suscita in me la figura di Paolo, padre e maestro anche dei Paolini e Paoline del XXI secolo.

D. Antonio Girlanda ssp

 

torna su